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Le AI viste dalla popolazione comune: tra fantascienza e realtà

Le AI viste dalla popolazione comune: tra fantascienza e realtà

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Fino a pochi anni fa parlare di Intelligenza Artificiale significava quasi inevitabilmente parlare di fantascienza.

Computer capaci di ragionare, robot umanoidi, macchine che svolgono autonomamente lavori complessi appartenevano al mondo dei romanzi e dei film. Da 2001: Odissea nello spazio a Blade Runner, da Terminator fino ad A.I. Artificial Intelligence di Steven Spielberg, il cinema ha immaginato per decenni una possibile convivenza — spesso difficile — tra esseri umani e macchine intelligenti.

Oggi quella discussione sta lentamente uscendo dal cinema.

Non siamo ancora nel mondo raccontato da Spielberg, ma qualcosa è decisamente cambiato.

L’AI che vediamo e quella che non vediamo

Per gran parte della popolazione l’Intelligenza Artificiale è ancora identificata con ChatGPT, con la possibilità di creare un’immagine particolarmente realistica, modificare una fotografia, scrivere un testo o aiutare uno studente nei compiti.

Ed è comprensibile.

Queste sono infatti le applicazioni dell’AI con le quali milioni di persone hanno avuto il primo contatto diretto.

Ma rappresentano soltanto la parte più visibile del fenomeno.

Dietro a una richiesta apparentemente innocua fatta a un chatbot esistono enormi infrastrutture tecnologiche: data center, processori specializzati, reti ad altissima velocità e investimenti di centinaia di miliardi di dollari.

Secondo lo Stanford AI Index 2026, nel 2025 gli investimenti aziendali mondiali nell’Intelligenza Artificiale hanno raggiunto circa 582 miliardi di dollari. Nello stesso tempo le prestazioni dei modelli continuano a migliorare rapidamente e alcuni benchmark che soltanto poco tempo prima sembravano estremamente difficili vengono superati nel giro di mesi.

Non è quindi corretto affermare che l’intelligenza delle AI semplicemente “raddoppi ogni sei mesi”: non esiste un’unica misura dell’intelligenza che permetta un calcolo di questo tipo.

Ma è altrettanto sbagliato sottovalutare la velocità del cambiamento.

In alcuni test di programmazione, ragionamento matematico, utilizzo del computer e analisi multimodale i progressi registrati in un solo anno sono stati enormi. Lo Stanford AI Index sottolinea inoltre un fenomeno curioso: le AI possono raggiungere risultati straordinari in determinati compiti e contemporaneamente fallire attività che per un essere umano sono semplicissime.

È quella che i ricercatori chiamano una “jagged frontier”, una frontiera irregolare dell’intelligenza artificiale.

Ed è un concetto importante.

L’AI non sta semplicemente diventando una copia sempre più intelligente dell’essere umano.

Sta sviluppando capacità differenti dalle nostre.

Dall’AI digitale all’AI che entra nel mondo fisico

La vera rivoluzione potrebbe però iniziare quando questa intelligenza uscirà dallo schermo del computer.

Un modello AI può già interpretare immagini, comprendere istruzioni, scrivere software, analizzare documenti e utilizzare strumenti digitali.

Il passo successivo è collegare questa capacità a un corpo.

È il settore chiamato Embodied AI, l’Intelligenza Artificiale incorporata in robot capaci di muoversi e interagire con il mondo reale.

Cina e Stati Uniti stanno investendo enormemente nella robotica avanzata e numerose aziende stanno sviluppando robot umanoidi o robot industriali dotati di AI.

Ma qui bisogna distinguere attentamente la realtà dai video promozionali.

Nel 2026 i robot umanoidi sono ancora lontani dall’essere lavoratori universali. Un’inchiesta Reuters sulle fabbriche cinesi ha evidenziato problemi molto concreti: scarsa destrezza, velocità inferiore rispetto alle macchine industriali tradizionali, difficoltà ad adattarsi alle situazioni impreviste e forte dipendenza da procedure precedentemente apprese.

Questo però non significa che il problema possa essere ignorato.

Significa semplicemente che siamo ancora all’inizio.

E soprattutto significa che il cambiamento potrebbe non arrivare gradualmente.

Il momento decisivo sarà il costo

Una tecnologia non cambia veramente la società quando diventa tecnicamente possibile.

La cambia quando diventa economicamente conveniente.

Un robot umanoide può essere interessante dal punto di vista tecnologico, ma se costa centinaia di migliaia di euro, richiede continui interventi tecnici e lavora più lentamente di una persona, difficilmente verrà adottato su larga scala.

Immaginiamo però uno scenario diverso.

Un robot prodotto industrialmente in centinaia di migliaia di esemplari, capace di lavorare diverse ore consecutive, imparare nuove mansioni attraverso l’AI e svolgere attività relativamente semplici in magazzini, fabbriche, supermercati, alberghi o strutture logistiche.

A quel punto il parametro determinante diventerebbe inevitabilmente il costo per ora di lavoro.

Se quel costo diventasse significativamente inferiore rispetto a quello di un lavoratore umano, le conseguenze sarebbero enormi.

Non soltanto tecnologiche.

Soprattutto sociali.

Il paradosso dell’Intelligenza Artificiale

Esiste infatti un paradosso.

Una società potrebbe diventare enormemente più produttiva grazie all’automazione e contemporaneamente creare enormi difficoltà economiche a una parte della popolazione.

Immaginiamo un’impresa che oggi produce 100 utilizzando 100 lavoratori.

Grazie all’automazione, domani potrebbe produrre 300 utilizzando 30 lavoratori.

Dal punto di vista economico e tecnologico sarebbe un successo straordinario.

Ma cosa accadrebbe agli altri 70?

Se trovassero nuovi lavori, l’aumento di produttività potrebbe trasformarsi in maggiore ricchezza collettiva, esattamente come è avvenuto molte volte durante le precedenti rivoluzioni industriali.

Se invece una parte consistente di quei lavoratori non riuscisse a ricollocarsi abbastanza rapidamente, avremmo un problema completamente diverso.

Perché le aziende avrebbero una capacità produttiva enorme, ma una parte crescente della popolazione potrebbe non avere sufficiente reddito per acquistare ciò che quelle aziende producono.

È qui che l’Intelligenza Artificiale smette di essere semplicemente una questione tecnologica.

E diventa una questione economica e politica.

Primo scenario: tassare una parte della nuova produttività

Il primo scenario è probabilmente quello istituzionalmente più semplice da immaginare.

Gli Stati potrebbero decidere che una parte dell’enorme aumento di produttività generato dall’automazione debba essere redistribuita alla società.

Il concetto viene spesso sintetizzato impropriamente con l’espressione “tassa sui robot”.

In realtà la questione sarebbe molto più complessa.

Non avrebbe necessariamente senso tassare fisicamente ogni robot installato in un’azienda.

Si potrebbero invece modificare i sistemi fiscali per tassare diversamente profitti, rendite tecnologiche, utilizzo intensivo dell’automazione oppure concentrazioni eccezionali di valore economico.

Le risorse ottenute potrebbero finanziare formazione, riconversione professionale, riduzione del costo del lavoro, servizi pubblici o forme di sostegno al reddito.

Il principio sarebbe semplice:

se l’AI permette alla società di produrre molta più ricchezza utilizzando meno lavoro umano, una parte di questa maggiore ricchezza dovrà probabilmente tornare alla società stessa.

Naturalmente trovare il sistema corretto sarebbe estremamente difficile.

Una tassazione eccessiva potrebbe rallentare innovazione e investimenti.

Una tassazione troppo bassa potrebbe invece accentuare la concentrazione della ricchezza.

Ed esisterebbe inoltre un problema internazionale: un Paese che imponesse regole molto rigide mentre altri permettessero totale libertà all’automazione potrebbe rendere meno competitive le proprie imprese.

Per questo la politica potrebbe trovarsi davanti a uno dei problemi economici più complessi dei prossimi decenni.

Secondo scenario: una reazione sociale contro le macchine

Esiste però anche uno scenario molto meno tranquillo.

La storia insegna che le persone non reagiscono sempre positivamente alle innovazioni che percepiscono come una minaccia diretta alla propria sopravvivenza economica.

All’inizio del XIX secolo alcuni lavoratori inglesi distruggevano i telai meccanici che ritenevano responsabili della perdita dei propri posti di lavoro.

Passarono alla storia come luddisti.

Più di duecento anni dopo potremmo trovarci davanti a qualcosa di concettualmente simile, ma su una scala completamente diversa.

Finché l’Intelligenza Artificiale vive all’interno di uno smartphone è difficile considerarla una minaccia concreta.

Ma immaginiamo una persona che perda il proprio posto di lavoro e, pochi giorni dopo, veda fisicamente un robot svolgere la mansione che eseguiva da vent’anni.

La percezione cambierebbe completamente.

La macchina diventerebbe il simbolo visibile del cambiamento.

È proprio uno degli aspetti più interessanti rappresentati nel film A.I. Artificial Intelligence di Spielberg, dove una parte della popolazione sviluppa una forte ostilità nei confronti dei robot, considerati responsabili della perdita di spazio economico e sociale degli esseri umani.

Naturalmente la realtà non deve necessariamente seguire la fantascienza.

Ma sarebbe ingenuo escludere la possibilità che una diffusione molto rapida dei robot possa provocare movimenti politici, proteste e anche episodi di violenza contro aziende o infrastrutture considerate responsabili dell’automazione.

Il vero rischio potrebbe nascere soprattutto dalla velocità della transizione.

Le società sono capaci di adattarsi a enormi cambiamenti.

Ma hanno bisogno di tempo.

Il problema dell’energia

C’è poi un’altra questione della quale l’utente normale dell’AI si rende raramente conto.

L’Intelligenza Artificiale consuma energia.

Molta energia.

Secondo l’International Energy Agency, nel 2025 il consumo elettrico mondiale dei data center è aumentato del 17%, mentre quello dei data center maggiormente dedicati all’AI sarebbe cresciuto addirittura del 50%. L’IEA stima che il consumo complessivo dei data center potrebbe passare da circa 485 TWh nel 2025 a circa 950 TWh nel 2030.

Per avere un’idea dell’ordine di grandezza, significa avvicinarsi al doppio del consumo attuale in appena cinque anni.

AI, robotica e automazione non sono quindi soltanto software.

Richiedono centrali elettriche, reti, semiconduttori, materie prime, sistemi di raffreddamento e giganteschi investimenti infrastrutturali.

La competizione sull’Intelligenza Artificiale sarà quindi anche una competizione sull’energia.

Esiste però un terzo scenario

Tra un futuro nel quale i governi riescono perfettamente a redistribuire la nuova ricchezza e uno nel quale folle inferocite distruggono i robot esiste fortunatamente un’enorme quantità di possibilità intermedie.

Ed è probabilmente qui che si trova il futuro più realistico.

I robot non sostituiranno improvvisamente tutti i lavoratori.

Sostituiranno prima alcune attività.

Parallelamente nasceranno nuove professioni.

Molti lavoratori utilizzeranno l’AI invece di essere sostituiti dall’AI.

Alcuni lavori scompariranno.

Altri diventeranno più produttivi.

Altri ancora acquisteranno valore proprio perché richiedono caratteristiche profondamente umane: responsabilità, empatia, creatività, relazione personale, capacità di comprendere contesti complessi.

La trasformazione potrebbe quindi essere molto meno cinematografica ma altrettanto profonda.

Anche le piccole imprese dovranno prepararsi

Questo argomento riguarda da vicino anche il mondo delle piccole e medie imprese.

Oggi un’azienda utilizza un software gestionale per amministrare magazzino, documenti, clienti, vendite e informazioni.

Domani quel gestionale potrebbe non limitarsi a fornire strumenti.

Potrebbe diventare capace di suggerire decisioni.

Analizzare automaticamente l’andamento delle vendite.

Segnalare anomalie.

Prevedere l’esaurimento di un prodotto.

Preparare documenti.

Interrogare dati utilizzando il linguaggio naturale.

Coordinarsi con altri sistemi informatici.

E progressivamente eseguire alcune operazioni in autonomia.

La vera trasformazione dell’Intelligenza Artificiale nelle aziende probabilmente non arriverà quindi sotto forma di un robot umanoide che entra dalla porta dell’ufficio.

Arriverà molto prima, silenziosamente, attraverso i software che utilizziamo ogni giorno.

La fantascienza ha posto la domanda giusta

Per decenni abbiamo guardato film sui robot chiedendoci:

“Cosa accadrà quando le macchine diventeranno intelligenti?”

Forse era la domanda sbagliata.

La domanda più importante potrebbe essere:

“Cosa accadrà alla nostra società quando utilizzare una macchina intelligente diventerà economicamente più conveniente che non utilizzarla?”

Quello sarà il vero punto di svolta.

Non sappiamo ancora quando arriverà.

Nel 2026 i robot umanoidi mostrano progressi impressionanti, ma sono ancora lontani dall’essere lavoratori universali capaci di sostituire una persona nella maggior parte delle attività.

L’Intelligenza Artificiale digitale, invece, è già entrata nella vita quotidiana e nell’economia a una velocità straordinaria.

Ed è probabilmente questo il particolare che stiamo sottovalutando.

Per la maggior parte delle persone l’AI è ancora il programma con il quale creare un’immagine divertente, scrivere una lettera o aiutare un figlio a fare i compiti.

Nel frattempo aziende e Stati stanno investendo centinaia di miliardi per trasformarla in una delle infrastrutture fondamentali dell’economia del XXI secolo.

La distanza tra queste due percezioni — l’AI come gioco e l’AI come nuova infrastruttura economica — potrebbe essere uno degli aspetti più importanti da osservare nei prossimi anni.

Perché quando quella distanza diventerà evidente a tutti, il dibattito sull’Intelligenza Artificiale non riguarderà più soltanto la tecnologia.

Riguarderà il lavoro, la distribuzione della ricchezza, l’energia, il potere economico e, in definitiva, il modello di società nel quale vogliamo vivere.

Da oltre 30 anni mi occupo di informatica. La mia è sempre stata una passione che mi ha portato ad accettare ogni nuova sfida, come una nuova vetta da conquistare.

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