
Turismo in Italia: può davvero sostenere da solo l’economia del Paese?
Il turismo è senza dubbio una delle grandi forze dell’economia italiana. Mare, città d’arte, borghi, enogastronomia, cultura, eventi e patrimonio storico rendono l’Italia una destinazione unica al mondo. I numeri lo confermano: secondo ENIT, il turismo potrebbe generare circa 237,4 miliardi di euro di PIL a fine 2025 e oltre 3,2 milioni di posti di lavoro, con una spesa turistica stimata in 185 miliardi di euro.
Ma una domanda è sempre più urgente: una economia basata solo sul turismo è veramente sostenibile in Italia? La risposta, a mio avviso, è no. Il turismo è fondamentale, ma non può diventare l’unico motore economico di un Paese complesso come l’Italia.
I dati ISTAT mostrano che nel 2025 le presenze turistiche sono cresciute, soprattutto grazie alla componente straniera. Nel quarto trimestre 2025, ad esempio, le presenze sono aumentate del 2,9% rispetto allo stesso periodo del 2024, con i turisti stranieri al 56,5% delle presenze totali. Anche Banca d’Italia conferma la forza del settore: nel 2025 il surplus della bilancia turistica italiana ha raggiunto 22,7 miliardi di euro, con la spesa dei viaggiatori stranieri in crescita del 4,6%.
Questi numeri sono positivi, ma non raccontano tutto. Un’economia troppo dipendente dal turismo rischia di diventare fragile. Il turismo è esposto a fattori esterni che l’Italia non controlla: crisi internazionali, pandemia, inflazione, calo del potere d’acquisto, cambiamenti climatici, instabilità dei trasporti, aumento dei costi energetici. Basta una stagione negativa per mettere in difficoltà interi territori.
C’è poi il problema dell’overtourism, cioè l’eccesso di presenze concentrate in poche località. Il Sole 24 Ore, attraverso il Forum Internazionale del Turismo Italiano, ha indicato tra i temi centrali proprio la gestione dell’overtourism, l’accoglienza consapevole, l’accessibilità e lo sviluppo inclusivo del territorio. Questo dimostra che il problema non è attirare più turisti possibile, ma gestire meglio il valore che il turismo produce.
Un modello basato solo sul turismo può creare ricchezza veloce, ma anche squilibri: affitti più alti, centri storici svuotati dai residenti, lavoro stagionale e spesso poco qualificato, commercio locale trasformato in offerta standardizzata per visitatori. Il rischio è che le città diventino belle vetrine, ma meno vivibili per chi ci abita tutto l’anno.
La sostenibilità non è solo ambientale. È anche economica e sociale. Se un giovane trova lavoro solo come cameriere stagionale o addetto all’accoglienza, ma non può permettersi una casa nella propria città, quel modello non è davvero sostenibile. Se un borgo vive solo tre mesi l’anno e resta vuoto negli altri nove, non si può parlare di sviluppo strutturale.
Anche il Ministero dell’Economia e delle Finanze, nei documenti di finanza pubblica, colloca l’Italia in uno scenario di crescita reale prudente: il DFP 2026 indica per il 2026 una crescita del PIL reale dello 0,6%. In un quadro economico così delicato, puntare tutto su un solo settore sarebbe rischioso. L’Italia ha bisogno di turismo, ma anche di industria, manifattura, tecnologia, agricoltura evoluta, artigianato, servizi digitali, ricerca e formazione.
La strada migliore è considerare il turismo come una parte di un ecosistema economico più ampio. Il turista deve diventare un acceleratore di valore per le imprese locali, non l’unica fonte di reddito. Significa collegare turismo, prodotti tipici, cultura, commercio, innovazione digitale e tutela del territorio. Significa distribuire i flussi durante tutto l’anno e valorizzare anche le aree interne, non solo Venezia, Firenze, Roma, Milano o le località balneari più famose.
In conclusione, il turismo è una ricchezza straordinaria per l’Italia, ma non può essere l’unico pilastro su cui costruire il futuro economico del Paese. Una nazione sostenibile non vive solo di visitatori: vive di imprese solide, residenti che restano, giovani che trovano opportunità, territori che producono valore tutto l’anno. Il turismo deve essere un motore importante, non l’unico motore.

